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Sono
già passati dieci anni dalla morte della prima donna accademico
di Francia: il 17 dicembre 1987 si spegneva, infatti, Marguerite Yourcenar.
Una scrittrice straordinaria che ha lasciato nella storia della letteratura
alcuni tra i romanzi più belli. Basti citare le celeberrime Memorie
di Adriano, l'Opera al Nero, Colpo di Grazia, Alexis. Una donna, Marguerite,
che ha avuto tre passioni nella sua vita: la scrittura, l'amore, il
viaggio. Non necessariamente, e sempre, in quest'ordine.
Un'altra donna ha raccontato la vita di Marguerite: è Josyane
Savigneau. Caporedattore culturale nel quotidiano francese Le Monde,
Josyane ha 46 anni. Ha conosciuto Yourcenar e ne ha scritto una biografia
appassionata, amorosa, puntuale: L'invenzione di una vita: Marguerite
Yourcenar, pubblicato in Italia da Einaudi.
Josyane porta sempre con sé una foto di Marguerite: gliel'ha
regalata la scrittrice. La mostra e sorride. Come innamorata.
La vita di Marguerite Yourcenar è lei stessa un romanzo, già
da quando, bambina, decide che sarebbe diventata scrittrice. Aiutata
da suo padre pubblica nel 1921, a 18 anni, Jardin des Chimères.
Poi via via tutti gli altri, più o meno conosciuti. Ma quello
che l'ha contraddistinta, è stata la riscrittura dei propri libri.
Un continuo ritornare sui propri passi.
«Yourcenar aveva tutto il suo mondo immaginario in testa già
a 20 anni: quello che lei chiamava "i progetti del mio ventennio".
Da ragazza sapeva chi erano i personaggi che le interessavano: Adriano
era già presente, Zenone, dell'Opera al Nero, pure. Ha vissuto
tutta la sua vita con questo universo parallelo, sul quale ha continuamente
voluto ritornare. In realtà, lei ha riscritto un solo libro:
Moneta di sogno. Gli altri li ha solamente un po' corretti, o abbandonati
per periodi più o meno lunghi, per poi terminarli successivamente.
Adriano era stato, sì, già scritto una volta, ma in forma
di dialogo, cosa che non la convinceva affatto. Riprendendo la storia,
ne ha cambiato il modo di narrazione per arrivare a quella versione
finale che tutti noi conosciamo».
I suoi due libri più affascinanti, appunto, Adriano e l'Opera
al Nero: due spiriti indipendenti, simili ma così diversi. Che
cosa rende a tutt'oggi così lucidi Adriano e Zenone?
«Una riflessione molto coraggiosa, perché fatta da una
donna, su quello che è il potere. Ossia: cos'è un uomo
collocato in una situazione di potere, come è la sua vita privata
inquinata dal potere, come funziona il potere. E', in sostanza, un ragionamento
sulla libertà. In Adriano, visto che è stato scritto nel
periodo della ricostruzione e della speranza dopo la seconda guerra
mondiale, c'è più ottimismo. Zenone, invece, è
molto più attuale e contemporaneo. Figlio degli Anni '60, epoca
nella quale le illusioni cominciavano a svanire, percepisce in pieno
il ritorno della barbarie e dei capovolgimenti politici. E' profeta:
la salita dell'estrema destra era assolutamente impensabile solo qualche
anno fa e, invece, eccola che ci soffia sul collo. Oggi sono scandalizzata
quando vedo dei politici "democratici" accettare di stringere
la mano a Le Pen. Insomma: Zenone è un personaggio alle prese
con il totalitarismo. Qual è lo spazio di libertà individuale
e fin dove si può andare quando si ha a che fare con la dittatura?
Si può giocare con la propria vita fino a interromperla volontariamente
per non essere vinti? Sono queste le domande che pone la lettura dell'Opera
al Nero».
Verso la fine della sua vita Marguerite Yourcenar scrive la storia della
sua famiglia: Care Memorie, Archivi del Nord, Quoi? L'Éternité.
Un modo per lasciare una traccia di sé e della sua "vera"
esistenza.
«Credo che ripercorrere il suo albero genealogico le sia piaciuto
e interessato, così come le piaceva ritornare sulle sue opere.
Quando decise di raccontare la biografia dei suoi antenati, si trovava
in un periodo nel quale non poteva più viaggiare, poiché
aveva accettato di stare accanto a Grace Frick, la sua compagna, ammalata
di cancro nella loro casa di Petite Plaisance negli Stati Uniti. E così,
scrivere sui Crayencour - il suo vero cognome - è un modo, per
lei, di tornare in Europa e di uscire da quel piccolo giardino che coltivava
ormai da diversi decenni insieme con la sua amica. C'è poi anche
un altro motivo che l'ha spinta a compilare i tre volumi di memorie:
Marguerite aveva un rapporto ambiguo con la posterità. Diceva
che sarebbe diventata una vittima di biografi senza scrupoli e che,
quindi, preferiva raccontare lei alcune cose della sua vita. Questo
non significa che la sua versione dovrà per forza essere accettata,
ma esiste e dobbiamo tenerne conto. Quando parlava di Quoi? L'Éternité,
lo definiva "mon roman": per lei non era molto diverso scrivere
memorie o romanzi».
Nelle sue autobiografie, Yourcenar infatti, ha sempre cambiato le date:
un modo bizzarro e buffo di barare con la vita.
«Un modo gioioso: non ha mai nascosto nulla, ha solo modificato
alcune date. Per diverse ragioni. La prima è che le mancava la
nozione del tempo. La seconda è che, come diceva "non importa,
va meglio così", quando le si faceva notare che aveva sbagliato
una citazione, così sosteneva anche che "se io dico che
una cosa è successa quell'anno, è successa quell'anno,
e nessuno deve dubitare su quanto racconto". Il terzo motivo è
che Marguerite aveva molto più senso dell'umorismo di quanto
si possa credere. Non era una reincarnazione di un vecchio imperatore
romano: era una donna piena di spirito, ironica e divertente. E quindi
si sarà detta: "Vediamo un po' se i miei biografi controlleranno
le date che io metto a casaccio"».
Perché l'omosessualità maschile l'affascinava al punto
da diventare un soggetto presente in quasi tutti i suoi libri?
«Bisognerebbe dedicare un saggio su questo argomento. Zenone è
piuttosto bisessuale, Adriano è omosex, in Moneta di sogno una
donna ama un omosessuale, in Anna soror sono un fratello e una sorella
ad avere un rapporto incestuoso. A lei interessavano le sessualità
ambigue: corpi da amare senza particolari tabù sociali o morali.
Non appare mai, invece, nella sua letteratura un rapporto lesbico. Peccato.
La spiegazione più banale è che Yourcenar non si viveva
come una donna ma come un uomo: assurdo. Era una signora ed era molto
coquette: aveva tantissimi gioielli e scialli che sceglieva con cura.
Quando andavo a trovarla, si cambiava più volte al giorno e quando
dimenticavo di notare una nuova spilla, ne raccontava d'improvviso la
storia e la provenienza. Mi divertiva e ne ero completamente sedotta.
Usava e abusava del suo charme. Tutti coloro che l'hanno conosciuta
negli Anni Trenta dicono che era una grande maliarda. Un po' amazzone,
con i capelli neri e gli occhi blu».
Nella sua biografia, lei ha scritto che nessuno trovava bella Marguerite
Yourcenar. Invece dalle foto d'epoca appare bellissima, anche da vecchia.
«Non affascina gli eterosessuali. Se l'avessi incontrata negli
anni '30 avrei avuto un collasso. ».
Mai come in Yourcenar si può dire che i suoi libri fossero come
suoi figli che lei ha difeso trascinando, in lunghissimi processi peraltro
sempre vinti, gli editori. Negligenti, distratti, poco amorosi. Come
si spiega, allora, il suo odio e la sua ostilità nei confronti
della maternità e delle donne incinte?
«Più che figli, direi che i libri li considerasse dei pezzi
di se stessa. Si opponeva alla maternità, come tanti altri omossessuali,
sia uomini sia donne della sua epoca, poiché allora il movimento
rivendicava la sterilità. E in Marguerite il rifiuto della maternità
era anche legato al suo orrore per la sovrappopolazione mondiale. Diceva
inoltre che "non sono sicura che la vita sia un caso fortunato".
Credo che, più che allevare un figlio, le facesse ribrezzo l'idea
di portare dentro sé un figlio: una cosa che avvicina all'animalità.
Ma se Yourcenar provava questo disgusto fisico, non dimostrava un'avversione
particolare, invece, per tutte le altre incombenze prettamente femminili:
pulire la casa, fare la spesa, cucinare. Cose che faceva volentieri,
almeno più di quanto le faccia io».
Se da una parte la scrittrice, già da giovanissima, frequentava
i bar lesbici di Parigi, il "Thé Columbin" in rue Mont-Thabot
e il "Wagram" in rue Rivoli al 208, dall'altra ha sempre nascosto,
agli occhi della società, la sua vita sessuale.
«Ci sono stati tantissimi dibattiti e tavole rotonde che l'hanno
attaccata per non aver pubblicamente dichiarato la propria omosessualità.
Ma se abbiamo conquistato la libertà di poter affermare apertamente
di essere omosessuali, abbiamo anche il diritto di tacere la nostra
scelta o inclinazione. E poi non è vero che si è nascosta:
ha vissuto in pieno la sua omosessualità. Semplicemente non l'ha
raccontato e rivendicato a destra e a manca».
Neppure nelle sue lettere ad altre amiche lesbiche faceva accenno alle
sue relazioni.
«Evidentemente non aveva molte cose da dire. Quando si permette
allo sguardo sociale di entrare nel proprio privato, si perde quell'intimità
che è essenziale a ogni rapporto di coppia, etero o omo che sia.
Anche gli amici vanno tenuti a una certa distanza: ci sono sempre delle
intrusioni e delle domande che rovinano. Forse, ironia della sorte,
le relazioni clandestine sono le più felici».
E allora come si può definire la passione amorosa di Marguerite
Yourcenar per i gay?
«Quando si era innamorata del suo giovane e biondo editore André
Fraigneau, del bel greco Andreas Embirikos, poeta surrealista, di Jerry
Wilson, studente americano, non credo volesse andare a letto con loro
per raggiungere la qualità di uomo. Al contrario: il suo sogno
era di essere l'unica donna di un uomo che ama gli uomini, una donna
eccezionale che vale la pena farci l'amore insieme. Non dimentichiamo
che era una seduttrice nata: niente doveva resisterle, neppure un gay.
Non conosco il suo senso estetico femminile, ma so molto bene la sua
concezione sulla bellezza maschile. Si circondava solo di uomini bellissimi:
anche il suo giardiniere, a Petite Plaisance, era un ragazzo davvero
molto bello».
Nel 1937, a 34 anni, incontra Grace Frick: un matrimonio durato 40 anni.
"L'amica con la quale divido la casa", "la mia traduttrice
americana", "la mia segretaria" era il modo con il quale
Marguerite Yourcenar definiva a tutti Grace Frick. Ma quando Grace morirà
di cancro nel 1979, la scrittrice cercherà, pubblicamente, di
negare e di cancellare la moglie di tutta una vita.
«Faccio fatica a credere che, se si passano 40 anni insieme con
la stessa compagna, si possa poi sviluppare un tale disprezzo: mi dispiace
e un po' mi disturba che Yourcenar minimizzasse questa relazione. Non
dimentichiamo che Grace Frick, coetanea di Marguerite, era una donna
molto brillante e che avrebbe potuto diventare una grande docente universitaria.
Carriera che ha sacrificato per stare accanto a Marguerite, sollecitarla,
aiutarla finanziariamente, promuoverla presso gli editori. Il destino
crudele ha voluto che morisse sei mesi prima che Yourcenar venisse consacrata
accademico di Francia. Un'ora prima che Grace spirasse, Marguerite fece
funzionare al capezzale della sua compagna un carillon svizzero, con
un'aria di Haydn, che le due avevano comperato insieme: la musica nel
momento in cui le parole e le mani non potevano più raggiungere
l'amata. E quando Grace si spense, Marguerite andò alla finestra,
l'aprì e disse: "Non so più, ma si dice che bisogna
lasciare lo spirito libero di fuggire". Tutto questo non è
amore, a prescindere da ciò che in seguito si dice e si fa? ».
Che genere di relazione legava le due donne?
«Sadomasochista. C'era una dominazione intellettuale da parte
di Marguerite, mentre era Grace che faceva regnare l'ordine materiale.
Hanno avuto, a volte, anche dispute violente, fisiche. Dovute alla gelosia
che Grace Frick provava nei confronti di Parigi e degli intellettuali
francesi, soprattutto dopo il successo di Memorie di Adriano: temeva
che questi le avrebbero portato via, dal loro eremo nell'isola americana,
la sua Marguerite. Insomma, la storia d'amore tra le due donne era complicata,
come d'altronde lo sono tutte le storie d'amore. Specialmente quelle
tra persone eccezionali».
Perché, alla morte di Grace, Yourcear si è legata con
Jerry Wilson?
«Wilson era un bellissimo giovane studente americano molto inserito
nell'ambiente gay: viveva con uomini più vecchi e molto più
ricchi di lui. Conduceva una vita notturna molto attiva e della quale,
a 36 anni, è morto. Non lo voglio disprezzare, non faccio parte
di coloro che pensano che fosse solo un piccolo opportunista: no, ho
potuto leggere il suo diario e l'ho scoperto naïf e abbagliato
da Marguerite Yourcenar. Quando lei gli raccontava la Parigi degli anni
'30, Cocteau, Natalie Barney: un ambiente che faceva sognare Jerry.
Era un piccolo bambino affascinato da una vecchia signora affascinante.
In pubblico lo trattava un po' come segretario-cameriere, ma in privato
era lui che si riprendeva il potere. Anche lui, come Grace, a volte
con violenza: abusava con l'alcool. E nel 1985 Marguerite, per la prima
volta nella sua vita, sul suo carnet scrive questa sola parola: "piango"».
La terza passione di Marguerite Yourcenar: il viaggio. Una fuga alla
Bruce Chatwin: "io mi sento bene dappertutto perché mi sento
male dappertutto"?
«No: il viaggio era un modo di essere che le derivava fin dall'infanzia,
quando girava l'Europa con l'anziano padre. Yourcenar era un personaggio
dell'800 e apparteneva all'aristocrazia di quel secolo: un'aristocrazia
che è stata uccisa dalla seconda guerra mondiale. Un ambiente
cosmopolita che trascorreva la vita viaggiando, leggendo e parlando
tantissime lingue».
A Yourcenar piace ripercorrere gli stessi itinerari nel suo continuo
girovagare: un'ossessione, una ricerca di conferme, un voler rivivere
le passate emozioni. O, piuttosto, vedere se la realtà somiglia
a quel che ha immaginato?
«Tutto questo insieme: la volontà di ripercorrere come
la volontà di rileggersi, la volontà di ritrovare e di
vedere o rivedere i propri riferimenti cambiati, alterati, distrutti.
E questo con gli amici di sempre o con quelli appena conosciuti. Ma
voleva anche esplorare posti nuovi, dove non era mai andata prima. L'ultimo
suo desiderio fu di visitare il Nepal: in gennaio e febbraio sboccia
là un fiore unico, che lei voleva vedere. Non ci riuscì».
Ma allora: chi era Marguerite Yourcenar?
«Una donna che si era data lo scopo di costruirsi, di essere completamente
responsabile del modo in cui viveva e di vivere così fino alla
fine. E' questo che trovo meraviglioso. Non ha mai rinunciato alle sue
emozioni. Neppure da vecchia: ha vissuto fino alla fine e intensamente».
E a lei cosa ha dato Yourcenar?
«Io sarei piuttosto una figlia di Simone de Beauvoir: è
lei che mi ha fatto capire che potevo non assomigliare a mia madre,
poiché diceva che ogni donna può inventarsi la sua vita.
Da una parte, insomma, Simone mi spingeva a lanciarmi nella conquista
di un destino che le donne non avevano ancora, ma dall'altra c'erano
Marguerite Yourcenar e la sua opera, che mi spiegavano come in qualsiasi
costrizione, imposta dalla società, si possa trovare in se stessi
la maniera per sentirsi comunque e sempre liberi».
FRANCESCO
RAPAZZINI©
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