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«Sono
stato uno della vostra specie, un pover'uomo mortale, di classe
sociale né elevata né bassa; di antica famiglia
come dice di sé Cesare Augusto...» scrive, nella
famosa Lettera ai Posteri, Francesco Petrarca, uno che dell'epistolario
ha fatto, forse, la sua opera più bella. Una lettera
analoga, rivolta ad un'umanità di là da venire,
nella corrispondenza di Marguerite Yourcenar non ci sorprenderebbe
affatto. Evidentemente, anche se non s'è occupata personalmente
della pubblicazione del suo epistolario - anzi, in certi momenti
è arrivata perfino ad escluderne la leicità -
« ... a parer mio una lettera è innanzitutto una
lettera, vale a dire, una confidenza fatta a una persona sola,
senza scopi reconditi di pubblicazione ... » (a Lidia
Storoni).
Yourcenar era ben lungi dall'ignorare la preoccupazione di dare
una buona immagine di sé ai posteri. Non solo per la
censura cui ha sottoposto, con il "metodo del fuoco",
gran parte degli scritti che non riteneva degni di essere tramandati,
ma anche perché la scrittrice è arrivata, con
uno stratagemma, ad assicurarsi non uno ma addirittura ben due
livelli di posterità: quello della nostra generazione,
cui la raccolta di lettere pubblicate da Einaudi è implicitamente
destinata, e quello della generazione successiva alla nostra,
cui spetterà il privilegio di disserrare i sigilli del
famoso epistolario del cinquantennio, lettere attualmente accessibili
soltanto all'erede universale della scrittrice, Yvon Bernier,
sul cui contenuto e sulle cui motivazioni non si smette mai
di interrogarsi.
"Ciò che lei mi chiede, insomma, è se l'umanità
abbia ancora un grande avvenire davanti a sé. E a questa
domanda che cos'altro posso rispondere se non: forse..."
(a J. Ballard). L'antologia curata per l'edizione italiana di
Valeria Gianolio, dal titolo particolarmente calzante di Lettere
ai contemporanei, rispetto alla raccolta più vasta delle
Lettres à ses amis et quelques autres di Gallimard, privilegia
nella scelta le lettere più elaborate, quelle che hanno
subito l'accurata revisione della compagna della scrittrice,
Grace Frick. Ebbene la Marguerite di queste lettere - che, in
una maniera molto petrarchesca, non si abbandona neanche per
un istante all'eloquio famigliare, confidenziale, del linguaggio
parlato - è una figura importante, grande, lontana dalle
beghe meschine: ci ricorda uno di quegli eroi omerici che, avvolti
in un fascio di nebbia, osservano le battaglie e si dolgono
della sorte dei mortali, pronti ad intervenire laddove i severi
dettami del destino lo consentano...
Chi si aspetta di trovare una Marguerite sorridente e scherzosa
rimarrà deluso: l'umorismo è qualcosa di estraneo
alla sua natura. E come si può ridere dopo aver assistito
impotente al crollo del mondo, alla distruzione dei valori di
una millenaria cultura umanistica, all'ingiustizia? "Capisco
il suo sentimento di orrore di appartenere alla razza umana,
come lei dice a proposito di Chessmann. Per la verità
provo molto spesso, anch'io questo genere di sentimenti..."
scrive a Lidia Storoni.
In compenso la serietà irremovibile non impedisce che
in questi scritti si manifesti una "umanità"
illimitata, un amore fervido per le persone e per le cose, un
senso della com-passione universale che lascia intravvedere
uno spirito straordinariamente sensibile, una capacità
smisurata di mistico mescolamento al mondo affettuoso dei fenomeni
della natura - "Tutti gli uccelli venuti dal sud sono partiti,
ma le cince, le capinere, i ciuffolotti, le ghiandaie grige
o azzurre, insomma tutti gli uccelli nativi del paese sono rimasti,
e Joseph non è ancora andato in letargo..." scrive
a M. Galey.
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Il dolore, la sofferenza, l'offesa,
sia che colpiscano una rosellina di montagna, un cuccioletto
di cane, una quercia o una persona, lei li sente indifferentemente
ripercuotersi su di sé, come se la riguardassero personalmente.
Ed è questa la sensibilità diffusa in tutta la
corrispondenza, a chiunque essa sia indirizzata.Ma nel caso
in cui la scrittrice abbia a che fare con un interlocutore di
un certo livello, in grado di tener dietro ai suoi ragionamenti
elevati, ecco allora che la lettera si trasforma, da semplice
strumento di comunicazione, in autentico luogo di letteratura
in cui far confluire osservazioni, considerazioni, descrizioni
che, pur non mancando di dignità letteraria, per la loro
disorganicità, non possono essere inserite in un romanzo:
è il caso delle lettere invita te a Lidia Storoni Mazzolani,
l'ottima traduttrice di Mémoires d'Hadrien verso la quale
la Yourcenar non manca mai di dimostrare un atteggiamento, oltre
che di simpatia, di gran rispetto intellettuale: «Mi perdoni
di aver parlato così tanto del mio libro. Lo scrittore
di romanzi coinvolto, dalla logica interiore, del suo personaggio
non si rende più esattamente conto - di ciò che
fa, e soltanto un po' più tardi, e spesso grazie a conversazioni
amichevoli come le nostre riesce a fare dei bilanci."
Con il suo odio per la violenza, da un lato, e l'amore viscerale
per la natura dall'altro (per lettera, fa appello addirittura
ad un personaggio come l'ambientalista Brigitte Bardot, in difesa
delle foche canadesi) la Marguerite di queste lettere è
senz'altro un personaggio che hai posteri ha molto da dire,
da insegnare.
Pur essendo una delle poche autrici contemporanee oggetto di
reverenza da parte der lettori di tutti i paesi, Yourcenar è
stata curiosamente trascurata dal punto di vista critico. Solo
negli ultimissimi anni si assiste ad un incremento di studi
sulle sue opere. A questo proposito non si può non ringraziare
Einaudi, per l'ottimo lavoro editoriale svolto, come sempre,
e anche in quest'ultima occasione, con una cura ed una puntualità
piuttosto rare.
Sul versante extra-editoriale, sono da segnalare le iniziative
della instancabile Laura Monachesi dell'Antinoo Caffé-Moda
di Roma che ha organizzato dibattiti e mostre. Lodevole anche
l'interesse del comune di Roma che sta preparando dal 17 giugno
prossimo una settimana di iniziative presso la biblioteca Rispoli,
dedicate alla grande scrittrice belga, che prevedono tra le
altre cose, la presentazione dell'Epistolario, serate di lettura
e teatro, proiezione delle interviste televisive, una mostra
fotografica e due giornate di convegno con ospiti internazionali.
Da Legendaria Gennaio/Febbraio 1996
SILVIA WAGNER ©
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